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LA RICONCILIAZIONE DEL SINDACO DI PORTOFERRAIO
di Sandra MALTINTI
L’ultimo segretario elbano dei Ds, Lorenzo Marchetti chiede perdono per gli errori commessi negli anni di Elbopoli.

Come protagonista di quei tempi cupi, ritengo che la sua richiesta di perdono sia encomiabile, peraltro anche il Sindaco Peria, dopo la sentenza, chiese immediatamente una “riconciliazione”. Non posso che prenderne atto, ma sono troppo amareggiata per pensare che a questa sua nobile dichiarazione seguano fatti; finora non è stato così.

Peria, che è andato al governo della città grazie agli arresti avvenuti a dieci giorni dalle elezioni, si è costituito parte civile al processo ed ha chiesto risarcimenti milionari. Non solo, ma nella sua testimonianza ha portato nuove “prove” spargendo ulteriori dubbi e veleni, che poi si sono rivelati falsi; infine, tramite il suo avvocato e dopo che le accuse erano state smontate ad una ad una, ha chiesto il massimo delle pene previste, neanche il Pubblico Ministero è arrivato a tanto!, e, non contento, invece di pagarmi gli stipendi dovuti, richiede indietro tutto quello che ho percepito con il mio lavoro in Comune.

Sono in causa con il Comune di Portoferraio ormai da tre anni e devo pensare che sia questa la “riconciliazione” che vuole. Sono disoccupata da cinque anni e nessuna amministrazione pubblica è disposta ad assumere una “ex galeotta”. La sentenza di totale assoluzione non serve a cancellare la vergogna ed il disonore, visto che, nei fatti, sono stata condannata da tutti prima del giudizio. Tutti i soldi che avevo e che ho potuto trovare se ne sono andati da tempo e tuttora se ne vanno per pagare gli avvocati. Rivoglio la mia vita e nessuno me la può ridare; c’è addirittura chi ha perso la sua e questo alimenta ulteriormente la mia rabbia.

Io voglio con tutte le mie forze che mi si riconosca il danno subito ingiustamente e voglio poter lavorare di nuovo a testa alta. Questo è necessario fare, per “attenuare” quello che è stato fatto a me ed agli altri per mere ragioni politiche e vendicative. Tutto il resto sono solo parole, anche se riscaldano il cuore. Se la richiesta di perdono che ha percorso la “rete” non è solo personale o meramente dichiaratoria, occorre che i sindaci interrompano le azioni amministrative intraprese. Azioni che stanno ancora creando problemi alle vittime, e che rinnovano ferite ancora aperte.

venerdì 9 ottobre 2009 – 23.30

fonte http://www.tenews.it/

articolo di Lorenzo Marchetti
marchetti.lorenzo@tiscali.it

Le riflessioni sul periodo di Elbopoli, considerato che alcuni processi sono ancora aperti, devono essere scevre da qualsiasi giudizio definitivo, anche se ci troviamo di fronte ad una storia dove, nel bene o nel male, sono rimasti coinvolti innocenti e colpevoli, oppure, presunti tali. Le conseguenze di quel periodo sono state laceranti e, per alcuni, le ferite sono ancora aperte: negli affetti, nella carriera professionale o in quella politica. C’è chi ha pagato e paga sulla propria pelle. Scorrendo le cronache di quei giorni si ritrovano nomi di accusatori, palesi o occulti, e di accusati, risultati poi innocenti o tuttora in attesa di giudizio. Io che sono stato l’ultimo segretario elbano dei Democratici di Sinistra (luglio 2007 – febbraio 2008), sento tuttavia l’obbligo di chiedere perdono per gli errori commessi da alcuni compagni del mio partito negli anni di Elbopoli. Lo chiedo ai diretti interessati, lo ribadisco alle loro famiglie. “Dagli all’untore” non deve più fare parte della lotta politica. Quando un partito, un gruppo consiliare, una fazione, un’associazione ricorre alle “carte bollate”, commette un grosso perché danneggia il vivere civile di una società. Ognuno, in democrazia, deve svolgere il proprio compito: la magistratura e gli organi di polizia hanno il loro, così come la stampa ha un ruolo diverso rispetto a quello delle forze politiche. Spero che questo sia d’insegnamento per l’oggi e per il domani. Lo sia per le generazione future. Mi auguro, infine, che queste scuse le avanzino pure coloro che per primi lanciarono “il sasso in piccionaia” tramite atti ispettivi, commissione di accesso, interrogazioni parlamentari, dossier e altri sistemi.
Lorenzo Marchetti

fonte http://ilvicinato.blogspot.com/
5 ottobre 2009
09:56

di Sandra Maltinti

Sono anni che leggo quello che scrivete su queste pagine, partecipando da spettatrice, ma in questo clima… bollente… avrei anch’io un contributo da portare.
Mi permetterete spero, anche se non sono elbana ma ne ho sofferto duramente le sorti, di presentarvi un Peria che non avete conosciuto, e devo dire che dopo anni in Comune, non avevo conosciuto neppure io. E’ la sua testimonianza in Tribunale nella nostra causa penale, che vedeva come parte civile il Comune.
Visto che ha la faccia di ripresentarsi al governo della città, credo che coloro che sono ancora convinti della sua buona fede debbano giudicare anche questo prima di esprimersi, se poi lo fanno a prescindere….. non c’è medicina.
In primo luogo penso che occorresse un distacco maggiore del Comune come istituzione, dai fatti che non erano ancora stati provati. Il Comune rappresenta tutti i cittadini, anche quelli che erano stati catturati e che potevano pretendere la presunzione di innocenza fino alla sentenza, mentre la costituzione di parte civile era già un’accusa pesante e ulteriore. Le altre parti lese non si sono costituite, anche perchè in caso di assoluzione avrebbero dovuto poi pagare i danni.
Vorrei precisare che la costituzione di parte civile non era obbligatoria e si poteva fare eventualmente in ogni fase del processo in corso.
Se gli imputati fossero stati condannati in prima istanza il Comune avrebbe potuto richiedere i danni lo stesso dopo la sentenza e costituirsi magari in appello.
Se ne può agilmente dedurre che avere un avvocato che segue la causa interrogando i testi, gli imputati e che in requisitoria lancia più accuse del Pubblico Ministero, chiedendo un risarcimento di 1.600.000 Euro, forse era lo scopo della costituzione. Era la voce del Comune che parlava ed il Sindaco e la Giunta volevano far sapere che loro condannavano!
Intanto il Comune (sempre tramite i suoi avvocati) nega lo stipendio dovuto e gli incarichi svolti, che non sono ancora stati pagati; ho dovuto fare causa e sto ancora aspettando. Il Comune afferma, nonostante la sentenza, che l’intero stipendio percepito non sia dovuto perche sono nota delinquente e che dovrei rendere tutta la cifra percepita perché il contratto stipulato è nullo! … e questa la chiamano giustizia….
Sono già pronte le carte per rispedire la richiesta di risarcimento danni al mittente… io devo ormai fare solo i miei interessi duramente provati e prosciugati. Se non avessi avuto una famigli alle spalle non mi sarei potuta neppure difendere… sempre la giustizia…
Il Comune non doveva invece fare i suoi interessi, ma quelli dei cittadini, almeno Ageno così aveva sempre fatto e non mi sembra che il suo successore stia facendo.
Beh, spero che a qualcuno interessi, ho ancora molto materiale, fatti, documenti, deposizioni ecc, vi assicuro che vengono da qualcuno “ a conoscenza dei fatti” e non più imputata.
Sono solo contenta che ci sia il libro che ha scritto Giovanni Muti, al quale va la mia riconoscenza, soprattutto per la sua onestà mentale. È stato un peccato non averlo conosciuto prima.
Agli Elbani va un saluto affettuoso… non a tutti però…..

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Presentazione del libro alla facoltà di Giurisprudenza di Pisa 24 Aprile 2009

Presentazione del libro alla facoltà di Giurisprudenza di Pisa 24 Aprile 2009

Sandra

Sandra

di Sandra MALTINTI (ex responsabile dell’ufficio Edilizia privata di Portoferraio)
Dopo aver letto quanto pubblicato, al fine di dare una corretta informazione, mi corre l’obbligo di rendere noto l’intervento e la domanda da me posta in occasione della presentazione del “nuovo” piano portuale che il sindaco Peria ha illustrato all’hotel Napoleon sabato mattina.

Il piano, precisiamolo, non c’è ancora, non è stato adottato dal Consiglio comunale e, quando lo sarà, dovrà poi essere pubblicato, osservato e controdedotto, dopodiché si potrà approvare e potrà partire la progettazione esecutiva. Dopo aver ascoltato la lunga esposizione del sindaco Peria e aver letto gli atti presentati, ho chiesto al sindaco Peria quali fossero le differenze tra questo progetto di piano e il piano già approvato dal sindaco Ageno nel lontano 2002, in quanto io non ho trovato niente di diverso tra i due strumenti, anche se, ammetto, posso essermi un po’ “arrugginita” in cinque anni di inattività. Dopo un evidente imbarazzo, il sindaco è solo riuscito ad affermare che il piano era più studiato e completo…cosa che è ineccepibile, visto che in sette anni si possono approfondire meglio le problematiche…(ma se si giunge allo stesso risultato non so a cosa possa servire).

Dopo questo mio intervento Tullio Tabani è giunto in soccorso affermando che è un piano complesso, che ha avuto necessità di molto studio ecc. ecc… Il sindaco indubbiamente risponde di quello che fa ai suoi cittadini e dovrebbe rispondere sia in termini temporali, (dato che sono passati ben sette anni e forse il porto sarebbe in parte realizzato e sarebbe stato un punto forte di sviluppo non solo per Portoferraio ma per l’intera economia elbana), sia in termini di incarichi e di soldi pubblici spesi. La mia impressione, e non solo la mia, a quanto pare, è che il sindaco, quando ha vinto le elezioni, abbia dedicato il suo tempo a fare il pubblico accusatore, un ruolo che mal si addice ad un sindaco, invece che dedicarsi alla sua città. Ma questo argomento i cittadini di Portoferraio lo conoscono meglio di me.

  giovedì 28 maggio 2009 – 01.25

fonte

http://www.tenews.it/

Sandra Maltinti fa chiarezza: “Fui assolta perché i fatti non sussistevano. Perché mi condannate pur non conoscendo la storia?”

L’architetto, candidata nella lista civica di Fabrizio Frosini, risponde al alcuni commenti apparsi su gonews.it in merito ad una vicenda giudiziaria che la coinvolse
20/05/2009 – 09:25

“Sono stata chiamata direttamente in causa da alcune frasi infamanti su ‘gonews’, quotidiano on line, lanciate da anonimi che nascondono la loro identità dietro pseudonimi, alle quali non intendo rispondere direttamente.

Penso infatti che chi interviene pubblicamente, specie esprime la propria opinione su persone, lo deve fare a viso scoperto e con il coraggio delle proprie azioni, rischiando anche di prendersi una querela per diffamazione.

Di giudici ne ho avuti anche troppi nella mia vita, specialmente di quelli che giudicano per sentito dire: così è stato per il Pubblico Ministero, il quale non si è posto nessuno scrupolo a mettere in galera sei persone a dieci giorni dalle elezioni basandosi non su prove, ma su false dichiarazioni di alcuni delatori, senza curarsi di interrogare direttamente gli indagati e neppure quelli che erano a conoscenza dei fatti.
Questo è stato dimostrato durante il processo, che è durato quattro lunghi anni e che ha fugato (mi dispiace per i nuovi delatori!) qualsiasi dubbio.

Per quanto riguarda la prescrizione, nessuno dei reati a me contestati è caduto in prescrizione, ma per un altro imputato i giudici si sono espressi così: ‘Deve darsi preferenza all’assoluzione del [nome dell'imputato] per essere stata accertata la insussistenza del reato. Ed infatti tale formula prevale su quella di NDP per estinzione del reato sussistendo l’evidenza della prova richiesta dall’art. 129 co.2° c.p.p. richiamato dall’art. 531 c.p.p.’.

Il dispositivo della sentenza è: ‘ASSOLVE DA TUTTI I REATI LORO RISPETTIVAMENTE ASCRITTI perché IL FATTO NON SUSSISTE’ (in nome del popolo italiano).

E non è, si badi bene, un’assoluzione ‘per non aver commesso il reato’, che sarebbe stata ugualmente una formula pienamente assolutiva, ma ‘il fatto non sussiste!’ significa che non c’è stato neppure il reato!!!

In altre parole: SCUSATE, CI SIAMO SBAGLIATI!
La sentenza non è stata appellata ed è passata in giudicato a gennaio del 2009!!!
Per questo errore giudiziario sono già partite richieste di danni notevoli, sia per l’ingiusta detenzione, che dovrà sborsare lo Stato (e quindi tutti i cittadini), ma anche contro chi, a suo tempo andò dal Pubblico Ministero a fare dichiarazioni false.
Questo errore è costato la vita al Sindaco Ageno, che è morto, il mio lavoro per le Amministrazioni Pubbliche, la inutile vergogna che mi ha seguito fino all’assoluzione.

Francamente non pensavo che anche dopo la completa assoluzione ci fosse qualcuno al di sopra dei Giudici a condannare di nuovo senza conoscere i fatti, questa si chiama calunnia!

Ho richiesto il mio certificato penale al casellario giudiziario per pubblicarlo on line, perché penso che chi continua a lanciare infamie non mi crederà sulla parola, anche se vi garantisco che per me la parola data è una cosa importante, anche se un modo oggigiorno desueto.

In questi giorni presenterò di nuovo il libro che ho scritto sulla mia detenzione, spero solo che qualcuno di quelli che mi hanno di nuovo accusato mi vengano a sentire e vogliano conoscermi di persona,  non per sentito dire”.

Fonte: Candidata al consiglio comunale ‘Empolipertutti’
Sandra Maltinti

fonte

http://www.gonews.it/articolo_34398_Sandra-Maltinti-chiarezza-assolta-perch-fatti-sussistevano-Perch-condannate-conoscendo-storia.html#commenti%23commenti

il Tirreno — 10 luglio 2008   pagina 11   sezione: TOSCANA

EMPOLI. Accende l’ennesima Pall Mall e sorride. Chissà da quanto non ci riusciva. Non certo nei 72 giorni passati a Sollicciano “dove devi diventare una belva per sopravvivere”, con le docce chiuse per la scabbia, pranzo e cena serviti insieme e un legame nato per caso, o per forza, con la terrorista Nadia Desdemona Lioce. Adesso l’architetto Sandra Maltinti, 53 anni, può sorridere. Martedì sera il giudice Martorano l’ha assolta, cancellando con un colpo di spugna 14 capi di imputazione, “Elbopoli” e quattro anni di sofferenze.  Dirigente del Comune di Portoferraio, fu arrestata il 1º giugno del 2004, con accuse pesanti come macigni, dall’associazione a delinquere, al peculato, alla corruzione, fino alla concussione. Poi due mesi e mezzo a Sollicciano, i domiciliari, il lungo calvario del processo. Un tunnel dal quale è uscita solo martedì, assolta perché il fatto non sussiste: «Quando ci sarà la motivazione della sentenza, se non ci saranno appelli, smetterò di fumare. L’ho promesso. Ma sarà lunga, ho ancora tempo per bruciarmi il cervello».  Non è solo un peso tolto. È una vita che ricomincia.  «In un certo senso sì. Scherzavo dicendo che ho passato l’esame di stato. Non so cosa farò, però. Non amo fare l’architetto, come mio marito. Ho sempre lavorato nei Comuni, ho lavorato per le procure di Grosseto e Livorno. Facevo le perizie, i sequestri con i carabinieri. Ero abituata a stare dalla parte della legge. Ma non so quale sindaco mi vorrà adesso, nonostante l’assoluzione. Ormai sono macchiata. Altri, però, non potranno più ricominciare».  L’ex sindaco Ageno, per esempio.  «Lui è morto per la vergogna. Povero Giovanni. Era una persona coltissima, onesto fino al midollo. Lo ammanettarono e lo trascinarono lungo la calata, davanti a tutti, fino alla motovedetta. Un uomo di 72 anni, il suo cuore non ha resistito. Con me furono meno crudeli».  Sui 72 giorni di galera ha scritto il libro “L’isola che non c’è”, una dura accusa sul regime carcerario.  «O diventi come loro, o ti uccidi. Il carcere ti cambia, ti plasma, ti abbrutisce. Il carcere scava dentro di te e annulla tutto quello che sei stata, è l’opposto della riabilitazione. Ci sono regole non scritte che devi seguire. Alla fine, se ti inserisci e non ti ammazzi, sei una di loro. Avevo due tossicodipendenti in cella con me, ma le docce erano vietate per la scabbia, una malattia che credevo estinta. Ci servivano il pranzo con la cena, per non passare due volte. Non avevo risposte neppure ai bisogni più elementari. Vivono pigiate insieme assassine condannate, pazze distrutte dalla droga e persone in attesa di giudizio, quindi ancora innocenti. Mi chiedo, non si potrebbero dividere? E poi c’era Nadia».  Nadia Desdemona Lioce, la terrorista condannata all’ergastolo.  «Eppure anche lei è un essere umano. Nella sua cella singola preparava dolci e caffè per le altre, si prodigava. Quando sono uscita, con il mio borsone nero, mi ha gridato “non ti dimenticare di noi”. Sul momento ho pensato “cosa? esco di qui e dimentico tutto”. E invece non ce l’ho fatta e ho scritto il libro».  La ferita resta aperta.  «Questa è una ferita che sanguinerà per tutta la vita. La prefazione è dell’ex pm Ugo De Carlo, ora al Tar di Milano. Un amico che non mi ha mai abbandonato. Sono quattro mesi che aspettiamo l’autorizzazione per presentare il libro al carcere di Porto Azzurro. Il mio editore dice “in carcere non si vende”. Ma a me non importa venderlo, voglio che di queste cose si continui a parlare».  Gli amici. Quanti ne sono rimasti?  «Pochi, pochissimi. Mi sono sempre stati vicini molti impiegati del Comune di Portoferraio. Altre persone, invece, si sono fatte sentire dopo l’assoluzione: “Non la conosco, le faccio i complimenti”. Telefonate che mi hanno fatto piacere, ma avrei preferito riceverle prima della sentenza. Quando ero sola contro tutti. La giustizia è un meccanismo che ti stritola, gira e ti distrugge. Ma con i miei avvocati Neri Pinucci e Marco Talini abbiamo combattuto in tre e smontato le accuse ad una ad una. Si reggevano solo sui testimoni, senza prove».  Tornerà all’Elba?  «Amo l’Elba, là mi sento a casa. Mio marito non vuole che ci rimetta piede. Ma io ci tornerò. Quando ci lavoravo dormivo in un appartamento dalle suore. Lavoravo fino a notte, poi finivo con una pizza dal Castagnacciaio. Credo di aver fatto molto per quell’isola, a partire dal lavoro sui rifiuti, quando provavo a coordinare gli 8 litigiosissimi Comuni. Non vanno d’accordo su nulla, ma io riuscii a spendere tutti i finanziamenti europei, tanto che la Regione mi dette il riconoscimento di “ambasciatrice d’Europa”. Poche settimane prima delle manette». – Guido Fiorini

da http://ricerca.quotidianiespresso.it/iltirreno/archivio/iltirreno/2008/07/10/LF1PO_LF102.html

PORTOFERRAIO
8 luglio 2008
Dopo 12 ore di arringhe, in serata arriva la sentenza accolta fra le lacrime

«Tutti assolti perché il fatto non sussiste». Si conclude così il processo denominato “affari e politica”, che prende piede da una dalle vicenda giudiziarie elbane più clamorose degli ultimi anni. Si sgonfia così dunque la tempesta giudiziaria che il primo giugno 2004 culminò in una notifica di quattro avvisi di garanzia e sei arresti, tra cui quello dell’ex sindaco Giovanni Ageno, morto poi d’infarto nel febbraio 2005. Alcuni degli arrestati, nell’estate di quattro anni fa, restarono in carcere fino a 70 giorni.
La sentenza è arrivata ieri, al termine di un lunga udienza durata quasi 12 ore, ultimo atto di un dibattimento iniziato due anni e mezzo fa.
Alle 21.15 la lettura del dispositivo del giudice Vincenzo Martorano (che presiedeva il collegio giudicante composto da Ottavio Mosto e Antonio Pirato), dopo una camera di consiglio durata poco più di un’ora, è stata accolta da grande commozione. Gli imputati in lacrime si sono abbracciati e hanno esultato. Non sono mancate neanche le strette di mano con il pm Antonio Giaconi. E poi una girandola frenetica di telefonate a parenti e amici.
«Non ho mai avuto dubbi – ha detto a caldo l’architetto empolese Sandra Maltinti, che aveva avuto la richiesta di pena più alta -. La giustizia, è una macchina infernale ma si deve basare sulle prove, che in questo processo non sono mai venute fuori».
Un sorriso sugli occhi stanchi anche per l’ex assessore Alberto Fratti, che si è detto pienamente soddisfatto. «E’ stata durissima – ha detto ripensando al periodo del carcere dell’estate 2004 – ma ho sempre avuto la convinzione che sarebbe finita bene».
Dall’inizio del processo, che partiva da capi di imputazione pesantissimi (tra cui associazione a delinquere, peculato, corruzione, violenza privata, concussione e voto di scambio), la posizione degli imputati si era già molto alleggerita. Dopo la requisitoria del pm Antonio Giaconi, era infatti rimasta in piedi solo l’accusa di abuso d’ufficio, e le richieste di pena variavano da 6 mesi a due anni di reclusione (quest’ultima la richiesta nei confronti di Sandra Maltinti, unico imputato a cui era stata contestata anche la tentata concussione).

Accolte dunque in pieno le richieste degli avvocati difensori che avevano respinto le accuse, chiedendo l’assoluzione con formula piena per tutti i capi d’imputazione.
La lunga giornata di ieri è stata segnata delle quattro arringhe dei dinfensori di tre dei dieci imputati del processo.
Si è cominciato alle 9.30 con l’avvocato Fausto Falorni (che difende l’imprenditore Tiziano Nocentini e il cognato Marco Regano) per poi continaure, dopo una breve pausa, con l’arringa di Lorenzo Zilletti. Quest’ultimo, quando parlava già da due ore, alle tre del pomeriggio ha dovuto chiedere al giudice un’interruzione per riprendersi da un evidente calo di voce (e di zuccheri). Zilletti ha ripercorso tutta la fase delle indagini preliminari, riletto gran parte delle intercettazioni e anche degli articoli dei giornali comparsi nel periodo tra il 2003 e il 2004.
«Si è giocato con la libertà personale dei cittadini ed è una cosa gravissima» ha affermato, ricordando le misure cautelari che portarono sei imputati a scontare un periodo di carcere nell’estate del 2004. L’avvocato ha inoltre ribadito che «le interpretazioni delle intercettazioni e le stesse indagini furono condotte da parte a senso unico».
A metà pomeriggio è partita anche la lunga arringa dei dinfensori della Maltinti. Secondo l’avvocato Marco Talini, nel dibattimento non sarebbero stati approfonditi alcuni temi delle indagini. «Al centro del processo c’è un regolamento urbanistico redatto in staff – ha detto -. Tuttavia alcuni tecnici dell’ufficio del Comune che vi avevano lavorato, non sono state convocate oppure sono state ascoltate solo in fase dibattimentale. Anche le testimonianze degli assessori Bertucci, Cavalieri e Giardini, al tempo dei fatti in Giunta, sono state ritenute superflue. E’ stato insomma sentito solo un ristretto gruppo di persone mosse da astio verso gli imputati».

In aula ieri c’erano quasi tutti. Mancavano i fratelli Enrico e Giuseppe Cioni. Assenti anche la ex segretaria del Comune, Annunziata Fusco, e il fabbro Angelo Nenzi, per cui il pm, venti giorni fa aveva proposto l’assoluzione.
I volti degli imputati per tutta la giornata non hanno tradito particolare tensione, almeno finché la corte non si è ritirata in camera di consgilio. Allora si sono visti comprensibili segni di nervosismo. La Maltinti, che per la durata dell’udienza ha anche questa volta consultato il suo portatile cercando di rinfrescarsi con un ventaglio nero, ha sempre mostrato grande sicurezza, sorridendo spesso durante le arrighe degli avvocati.

tratto da http://iltirreno.repubblica.it/dettaglio/Assolti-tutti-gli-imputati:-il-fatto-non-sussiste/1485622/1

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